Giovanni "Naksa" Deidda degli Statuto in stile Mod.

Intervista a “Naska”, batterista degli Statuto

Giovanni Deidda, per tutti “Naska”, è il batterista della storica formazione torinese degli Statuto.
La band, sulle scene dai primi anni 80, prende il nome proprio dalla piazza di Torino che da sempre è il luogo di ritrovo preferito dai Mod del territorio.
Abbiamo parlato dell’evoluzione del movimento Mod e di quella dello Ska, della situazione attuale della musica e di alcuni importanti personaggi incrociati dagli Statuto durante la loro quasi quarantennale carriera. C’è stato spazio anche per fare due chiacchiere a proposito di una grande passione di “Naska”, quella per i Beatles e per il suo collega Ringo.

Ecco l’intervista a “Naska”, batterista degli Statuto:

Mantenendo sempre una grande riconoscibilità, durante la vostra carriera avete frequentato e mischiato tra loro diversi generi, anche se generalmente venite definiti un gruppo Ska.
Le “etichette” sono sempre esistite; in un contesto come quello attuale, dove piattaforme come Spotify spingono a una fruizione della musica pigra, quasi “guidata”, quanto sono limitanti?

Noi ci siamo sempre definiti un gruppo Mod. Abbiamo sempre fatto riferimento a quello che è lo spettro della musica che piace ai Mods, fra cui anche lo Ska, ma non solo. Ci sono il Soul e il Rhythm&Blues bianco ripreso dai gruppi inglesi nella metà degli anni 60. C’è il Revival Mod del 79, che si è forgiato musicalmente su radici punk ma che aveva un’attinenza sempre con la musica americana Soul e nera degli anni 60.

Nel nostro repertorio abbiamo sempre riproposto qualcosa di questi generi. Diciamo che l’attributo di gruppo Ska è dovuto al fatto che i pezzi degli Statuto che hanno avuto più successo inizialmente sono stati Abbiamo Vinto il Festival di Sanremo, Qui Non c’è Il Mare, Piera… proprio quelli che vanno più in quella direzione.

Per quanto riguarda Spotify, che fa delle classificazioni in base ai suoi algoritmi e ti suggerisce cosa ti potrebbe piacere, nel nostro caso delle volte ci prende, altre meno. Ad esempio, non abbiamo niente a che fare con lo Ska Revival americano degli anni 2000, quello un po’ più imbastardito con l’Hardcore e col Punk, anche se annacquati. Diciamo che  noi, ecco, ci etichettiamo come gruppo Mod, non come gruppo Ska.

In un’intervista rilasciata al canale Youtube “Equilibrio Instabile Blog” hai affermato che gli spazi della musica si sono ridotti e che è più difficile emergere rispetto al passato. Ma come si concilia questa problematica col fatto che in realtà i canali per la fruizione della musica sono sempre più accessibili e segmentati (e in pratica gratuiti)?

Se dovessi pensare di mettere in piedi una band adesso, avendo 20 anni, la vedrei molto ma molto più difficile, nonostante ci siano più vetrine rispetto al passato per farsi conoscere immediatamente dall’altra parte del mondo. Secondo me quando c’è troppa roba vieni assorbito nel calderone e si perde un po’ quello che può essere il carattere innovativo di una band.
Ho riguardato da poco delle riviste fine anni 80 tipo Mucchio Selvaggio, Urlo, Buscadero, quelle di riferimento per l’epoca. A fine anno c’erano delle classifiche dei migliori gruppi italiani, delle migliori live band nazionali; noi eravamo sempre nei primi posti. Magari c’erano i CCCP, i Litfiba, i Diaframma. C’erano gli Avvoltoi, i Not Moving… chi ha adesso questo tipo di “riconoscimenti” va ai mega festival e ha accesso a ogni tipo di promozione, ma all’epoca non era così. Si stava in una sorta di brodo… come dire… primordiale, dove però si nutrivano tutti. Se avevi un minimo di originalità e qualcosa da dire venivi fuori.

Adesso vedo che, soprattutto a livello di testi, manca una spinta. Ci sono i rapper che fanno i finti trasgressivi con dei testi che… non voglio farne una questione generazionale… a livello di denuncia non hanno niente da dire; eccetto alcuni, come Willie Peyote e Salmo, che sono i primi due che mi vengono in mente. Però… tutte le band indie o cantautori o gruppi… il messaggio è zero.

Noi stessi, già agli inizi, proponevamo testi di denuncia sociale.  Non direi proprio politici, ma di denuncia sociale di sicuro. C’erano dentro dei contenuti, vita di strada. Questo rendeva più facile alla gente immedesimarsi in te.

Il segreto della fertilità artistica di alcuni luoghi (penso alla vostra Torino negli anni 80 ma anche a Milano  e a esperienze più raccolte come Pordenone) era la condivisione, non più riproponibile, di spazi comuni “fisici”?

Torino negli anni 80 è stata molto propositiva da un punto di vista musicale, ma non solo; anche come punto d’aggregazione giovanile. Citi Pordenone che molto spesso viene dimenticata… c’era una scena Mod, una scena Punk, una scena Rockabilly che poche città avevano all’epoca. E stiamo parlando di un centro abbastanza piccolo. Anche Firenze sul finire degli anni 80 ha avuto un’esplosione di band.

Torino per tanti anni è stata la città della fabbrica, dove la sera bisognava andare al letto presto perché la mattina si doveva produrre. Non c’erano locali. C’erano dei Night, che però erano posti dove i giovani non andavano. Non c’erano i Pub, non c’era niente… forse qualche discoteca per il fine settimana.

Poi piano piano negli anni 80 qualcosa è cambiato. C’è stata una grande rivoluzione da quel punto di vista, che ha portato a un exploit negli anni 90. È venuta fuori una serie di gruppi che anche a livello nazionale hanno avuto una notevole risonanza. Ti parlo degli Africa Unite, di noi, dei Subsonica, dei Mau Mau. E tutto sommato questa scia di gruppi continua ancora adesso… a Sanremo sono andati gli Eugenio in Via Di Gioia.
Te l’ho citato prima ma mi piace ricordarlo di nuovo. Secondo me Willie Peyote è una delle cose più interessanti che sia venuta fuori adesso. È veramente uno potente, sia musicalmente che nei testi.

Purtroppo l’aggregazione dei giovani, se non in un centro commerciale, non la vedo più. Piazza Statuto rimane ancora adesso un punto di riferimento come luogo di ritrovo dei Mods. Caso più unico che raro, visto che in Italia e in Europa non esiste nulla di simile. Nei libri che raccontano la storia di Torino, Piazza Statuto viene citata come ritrovo dei Mods; quindi c’è un riconoscimento a livello istituzionale.

Purtroppo si riconduce tutto al discorso che facevamo prima a proposito di internet. Adesso è più difficile. C’è un’omologazione fortissima. I ragazzini tendono a essere tutti uguali, tutti incanalati verso un trend, che può essere musicale o estetico, che non però non lascia niente. Cambia di anno in anno e quindi non ti fa esprimere per quello che uno potrebbe essere. Da quel punto di vista non vedo un’inversione di tendenza.

Ci può essere qualche fenomeno musicale che riporta l’attenzione su certi fenomeni, che possono essere il Mod o il Rockabilly o gli anni 50. Gli Oasis negli anni 90 col Brit Pop avevano riportato alla ribalta un certo tipo di musicalità, così come ha fatto il Grunge. Però quello che adesso propone il Mainstream è circoscritto a pochissimi generi, è molto ristretto. È difficile poter immaginare un’inversione di tendenza globale.

Siete stato il primo gruppo torinese a essere messo sotto contratto da una Major. Dall’idea che mi sono fatto, a differenza di altri casi del genere, la parte “purista” del vostro pubblico non ha reagito negativamente (come del resto è successo quando siete andati a Sanremo) Sbaglio?

Siamo stati messi sotto contratto dalla EMI nel 91, dopo due album e diversi singoli con etichette indipendenti come la Toast Records, che forse è l’unica realtà del genere che non ha mai smesso di produrre musica dai primi anni 80 a oggi. Tanto di cappello a Giulio Tedeschi che resiste ed è il deus ex machina della casa discografica.

Più che il passo verso la Major quello che ci preoccupava era l’esibizione a Sanremo. Quando la EMI ci ha fatto fare un pezzo per Sanremo non pensavamo di andare al Festival. Lo abbiamo fatto pensando di venire scartati e di sfruttare poi la cosa per avere un po’ di visibilità. La EMI poi ci ha iscritti e ci hanno preso sul serio.

All’inizio eravamo contrariati. Eravamo in ballo già da una decina d’anni, temevamo di perdere un’identità e una purezza underground che ci eravamo costruiti. Abbiamo fatto una votazione a piazza Statuto, interpellando gli altri Mods torinesi. Abbiamo sentito anche il parere di altri Mods italiani. Siccome saremmo andati a fare una cosa che era in linea con quello che avevamo sempre fatto, con la nostra immagine e la nostra attitudine, tutti hanno detto “andate, andate!”.

È stata una mossa che ha reso bene. Ne siamo usciti come outsider che comunque sono arrivati in finale, siamo andati in classifica. Da lì riusciamo a vivere di musica, anche se non è sempre facile. Noi siamo degli operai della musica, non delle star, ma dopo 37 anni che siamo in ballo, anzi… 38… dalla fine dell’82, siamo ancora qui. Abbiamo attraversato varie fasi. Siamo passati dall’etichetta indipendente alle Major, poi Sanremo, ancora le Major, cambi di etichetta, autoproduzioni, produzioni esterne… insomma, abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare.

Adesso sono cambiate tutte le regole. Ci sono artisti che vengono fuori senza avere una casa discografica alle spalle, magari facendosi conoscere per un unico pezzo che per un motivo o per un altro diventa virale.

I vostri primi lavori non autoprodotti sono usciti sotto etichetta Toast Records. Che tipo di rapporto avete avuto con Giulio Tedeschi? Che personalità vi siete trovati davanti?

Giulio è una persona davvero originale, eclettica. Uno testardo come lui penso di non averlo mai visto, nel bene e nel male. Ma più nel bene ovviamente.

Penso che senza di lui gli Statuto non sarebbero stati quello che sono adesso. Ha dato un input, una possibilità, anche a tante altre band torinesi e non.

Il rapporto con Giulio rimane buonissimo. La cosa che io mi auspicherei, ma che lui ancora sembra non aver preso in considerazione, è rimettere in  circolazione in qualche modo i nostri primi due album, Vacanze e Senza di Lei. Nel periodo in cui tutti ristampavano i propri vinili su cd si era mosso qualcosa… ma poi non se ne è fatto più niente. Adesso che il vinile è tornato in auge un’operazione del genere potrebbe essere interessante.

Rabbia e Stile, brano presente in uno dei vostri lavori più recenti [È Già Domenica, 2010], è considerato un manifesto Mod. Se dovessi indicare a un completo ignorante della materia il principio fondamentale comune a tutte le fasi storiche di questo movimento, quali parole useresti?

Il testo di Rabbia e Stile è un manifesto, un volantino con i punti che riassumono quella che può essere in breve la filosofia Mod.
I Mods nascono a fine anni 50 in Inghilterra, come estensione della Working Class. I giovani dell’epoca avevano soldi da spendere in un propria estetica, che non era quella dei loro padri. Prima di Mods e Teddy Boys si era ragazzini o adulti, non c’era un mercato per i teenagers. Loro sono stati i primi ad autodeterminare il loro stile.

La musica che piaceva ai Mods era quella afroamericana che arrivava in Inghilterra coi dischi importati, mentre a livello estetico avevano uno stile molto pulito, elegante, che si è evoluto nel corso degli anni.

Nella seconda metà degli anni 70 c’è stato un forte revival Mod in Inghilterra grazie al film Quadrophenia, che ha ripreso l’album degli Who uscito nel 73. Con la storia di Jimmy si è riportato il movimento in auge, con le Vespe, le Lambrette e lo stile estetico che ripescava dagli anni 60, ma con degli aggiornamenti. A livello musicale il Mod 79 aveva delle radici ben radicate nel sound che piaceva in origine ai Mods, ma fu rivisitato con delle sonorità più attuali, che in alcuni casi erano molto vicine al punk; vedi i primi Jam e i Chords, che erano molto distorti, molto elettrici, molto nervosi come proposta musicale.

La terza ondata è quella di cui ho parlato prima, quella del Brit Pop. Blur e Oasis ne sono stati i maggiori esponenti. Poi ci sono stati una serie di gruppi così detti minori, ma io non li definirei così. Alcuni sono stati veramente importanti, come gli Stereophonics o i Verve, per citarti i primi che mi vengono in mente.

Idem per lo Ska. Un altro genere in voga durante la prima fase Mod.
Nel dopoguerra c’era stata una grande ondata di immigrazione; gente che arrivava in Inghilterra dalla Jamaica, perché dopo la guerra c’era bisogno di mano d’opera per ricostruire, e che si è portata dietro le sue radici musicali. Nei primi anni 60 assistiamo alla nascita dello Ska Original, poi a quella dello Skinhead Reggae… gente come Desmond Dekker, che riproponeva un Reggae un po’ più edulcorato, più fruibile per un pubblico bianco.

 Anche per lo Ska c’è stato un revival nel 79, più o meno di pari passo col ritorno del Mod. C’è stato il fenomeno 2Tone … gli Specials, i Madness, i Bad Manners, i Selecter, che hanno dato nuova visibilità al genere; tanto da farlo arrivare in Italia. I primi brani che abbiamo fatto noi nella prima metà degli anni 80 erano delle cover degli Specials. In Inghilterra quei gruppi li erano già in declino come popolarità. Anche in Italia. Però per noi sono stati un grosso punto di riferimento.

Lo Ska è nato e si è diffuso in Jamaica nel periodo successivo alla conquista dell’indipendenza ed esprime allegria e speranza nel futuro, a differenza di un altro genere di origine nera come il blues. Come si sono evolute le sue tematiche sociali una volta approdato (paradossalmente) nella Gran Bretagna dei “recenti” colonizzatori?

Il primo pezzo Ska entrato in classifica in Inghilterra si chiamava My Boy Lollipop, di Millie. Un pezzettino leggero leggero, una canzonetta.
Però non sono così d’accordo che in generale i testi dello Ska siano così leggeri. Certo, il blues è una condizione di sofferenza… ma i testi degli artisti definiti Skinhead Reggae, cioè quelli dello Ska che si era evoluto dal Blue Beat in un modo più fruibile per il gusto dei bianchi, erano Working Class al cento per cento; ed erano testi di denuncia. Vietnam di Jimmy Cliff è una delle canzoni antimilitariste più potenti che esistano dal punto di vista del testo. Ma anche The Harder They Come, sempre di Cliff… sono dei manifesti.

Poi è arrivato Bob Marley, quel reggae più giamaicano… non dico più di protesta, ma più delineato da un punto di vista sociale. Però, insomma, anche i testi dello Ska Original non erano tutti così leggeri.

In più di un’occasione hai parlato della tua passione per i Beatles. Qual è il primo fattore di grandezza che ti viene in mente quando pensi ai Fab Four?

La magia dei Beatles secondo me è creata… non lo so… se ci fosse una ricetta per definirla l’avrebbero copiata altri. Secondo me è un mix fra una vocalità, un modo di cantare che prima di loro nessuno aveva espresso, e delle combinazioni armoniche e melodiche che derivavano da precedenti esperienze che i Beatles hanno filtrato e riproposto alla loro maniera.
Penso che ci siano dei loro brani che ti mettano in pace col mondo e che ti aprono i chakra… non saprei come spiegarti… brani che ti innalzano lo spirito. Il magico lo ritrovi anche nelle outtakes… ad esempio nelle session di Let It Be, che magari possono essere un po’ più stanche come esecuzione e come interpretazione, ma che hanno questa loro componente.

Penso che da solisti questa cosa si sia un po’ persa, ma è chiaro che anche dopo hanno fatto grandi pezzi. Se tu vai a sentire Free As a Bird, lì hanno ricreato quella formula là. Un pezzo fatto da Lennon prima di morire su cui i tre superstiti hanno sovra inciso interventi musicali e strumentali, raggiungendo quelle vette che avevano raggiunto all’inizio.
Anche a livello estetico, di immagine, di freschezza… di dinamicità… era bello anche vederli sul palco, con quella sfrontatezza che pochi avevano.
E avevano un sound… soprattutto da batterista te lo posso dire… prima di Ringo Starr nessuno suonava la batteria così. C’erano i jazzisti che magari tecnicamente suonavano molto meglio, ma quel sound e quella pulsazione della batteria nessuno ce l’aveva, neanche nella scena Merseybeat. Quel suono così presente, così potente. Ringo è stato il primo batterista moderno.
Ascoltati le registrazioni dei Searchers, un gruppo bravissimo anche dal vivo, ma la batteria non ha quel beat, quella potenza che aveva Ringo. Dopo Ringo la batteria è stata suonata ed è stata registrata come lo faceva lui.

In una tua intervista hai fatto un paragone tra la musica “giovanile” di adesso a quella che facevate voi anni fa. Hai parlato del Trap come una musica priva di tensione sociale, che esprime messaggi individualistici. Credi che questa sia una costante particolare della musica attuale (vedi il fenomeno indie italiano, ridotto a un fattore puramente estetico) o pensi che tutti i periodi in fondo si assomigliano, con la stessa proporzione di musica “impegnata” e musica che affronta solo tematiche individuali?

No, ogni fase non è uguale all’altra. Ci sono fasi più tese che ti portano ad avere delle tematiche più pressanti, più urgenti. Adesso non siamo in una di queste fasi , sembra di essere in letargo. Non vorrei citare proprio gli Statuto, ma una canzone come Ghetto, dell’86, scritta quando Oscar, autore del testo, aveva 22 anni, è comunque una canzone liricamente potente. Posso farti altri esempi molto più alti… ad esempio Paul Weller con In The City o gli stessi Clash che, a ventidue, ventitré  anni, facevano testi che sono rimasti dei punti di riferimento. Non vedo nessuno dei giovani autori di adesso che possa avvicinarsi a loro, neanche nelle liriche meno impegnate dal punto di vista sociale. Se penso a un De Gregori ventenne o a Lucio Dalla trentenne… mi spiace dirlo… mi piacerebbe ci fosse un trentenne che scrivesse come loro. Forse l’unico che si avvicina è Brunori, ma non è un ragazzino. Io parlo di nuove leve, non vedo quell’urgenza che c’era quando abbiamo iniziato.

Prendi il testo di Torino È La Mia Città dei Rough, un gruppo Skin torinese dei primi anni 80… è un manifesto, un ritratto… un quadro, una fotografia di quella che era la Torino dei giovani sedicenni. Mi sembra che l’autore del testo avesse 17 anni quando hanno fatto quel pezzo. Quel testo è un pugno in faccia. Non vedo nulla di simile nel panorama attuale.


Crescer nella noia
senza sapere cosa fare
Crescer nella noia
senza un futuro in cui sperare
In un città dove non succede mai niente

Torino è la mia città (Torino è la mia città)
Torino è la mia città (Torino è la mia città)
La mia città!

Freddezza ed incomunicabilità
tra la gente
l’industria miete vittime
reprime la nostra mente, uh!

Torino è la mia città (Torino è la mia città)
Torino è la mia città (Torino è la mia città)
La mia città!

Torino È La Mia Città

Ho letto un tuo recente commento a un concerto di Liam Gallagher. Ho sempre ammirato gli artisti che hanno omaggiato altri colleghi che sono stati di ispirazione una volta diventati più popolari di loro, dandogli visibilità da parte di un pubblico più ampio. Mi viene in mente proprio quello che ha fatto Noel Gallagher con un personaggio come Paul Weller, non più Mainstream ma fondamentale per una nutrita cerchia di appassionati. Ti va di lasciarci regalandoci due parole a proposito di Gigi Restagno e la sua importanza per il contesto torinese?

Mi fa molto piacere la domanda su Gigi. Lui è stato veramente l’antesignano della Rockstar torinese. Poi si è un po’ perso. Non è mai diventato celebre quanto avrebbe dovuto, il suo modo di essere glielo ha impedito. Però lui era uno che sul palco aveva un modo di fare, un tipo di approccio, da vera Rockstar. Scriveva canzoni come si beve un biccher d’acqua. Ha lasciato un patrimonio di pezzi incredibili che purtroppo conosciamo in pochi. Sono stati ristampati su vinile un paio d’anni fa. Una compilation di pezzi demo e di canzoni dei Blind Alley, la band nella quale militava.
Tramite amici e conoscenti sono venuto in possesso di un po’ di materiale sparso. Ci sono cose veramente bellissime, che se avessero  avuto una produzione e magari un testo in italiano avrebbero potuto avere successo. E se lui fosse stato inglese, seguito in una certa maniera, di sicuro sfondato.  Aveva un’indole autodistruttiva, era un personaggio un po’ difficile insomma. Manca tanto come punto di riferimento.

Nella fase iniziale della nostra carriera ci ha sempre sostenuto, ci aveva prestato gli strumenti per il nostro primo concerto. Siamo stati le spalle dei Blind Alley nell’83 in un concerto contro il nucleare per la pace. È sempre stato un nostro sostenitore. Ci ha regalato un paio di pezzi: Ti Amo, nell’album È Tornato Garibaldi, e quello che poi è diventato Senza Di Me. L’aveva composto lui. Gigi è venuto a mancare proprio durante le registrazioni di Tempi Moderni, nel 97. Abbiamo adattato il testo come se fosse lui a parlare in prima persona.

Vorrei citare un altro personaggio che non c’è più e che ha lasciato un segno. Sia per noi Statuto che nella musica italiana, visto che è stato un grande produttore. Carlo Rossi è mancato proprio in questo periodo, nel 2015. Non era solo un produttore di altissimo livello. Era bravo a livello tecnico e musicale, ma anche a livello umano. Quando entravi nello studio ti sapeva mettere a tuo agio, ti sapeva parlare, ti sapeva ascoltare. Quando uno aveva un problema… io gli ho parlato spesso di problemi miei, totalmente fuori dall’ambito musicale. Ricordo che mi dava sempre consigli azzeccati, che io ho sempre seguito.
Gigi e Carlo erano molto amici, e mancano tantissimo.

Gigi Restagno collaborò con l’emittente torinese Radio Flash. Nell’estratto è presente il brano I Love You dello stesso Restagno, poi riproposto dagli Statuto in italiano in È Tornato Garibaldi.

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Intervista a "Naska", batterista degli Statuto
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Intervista a Giovanni "Naska" Deidda, batterista della band torinese degli Statuto.
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